Il Nobel 2026 e il valore delle idee
Robert Hall, il capitale intangibile e il brevetto come strumento di creazione di valore
Massimo Getto – Group CFO, Studio Torta
Perché questo Nobel riguarda chi protegge le idee
Il Nobel per l’economia 2026 è andato a Robert E. Hall e Michael Woodford per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica. A prima vista è un premio per banchieri centrali e ministri delle finanze, lontano dal mondo dei brevetti e dei marchi. Eppure nell’opera di Hall c’è un filo che porta dritto alla proprietà intellettuale.
Venticinque anni fa Hall mostrò che il valore di borsa delle imprese americane rivelava un enorme stock di capitale che i bilanci non registravano: conoscenze, tecnologie, metodi di lavoro. Oggi quel capitale è la parte prevalente del valore delle grandi società. Il brevetto è lo strumento che trasforma una parte di quel capitale in un diritto: riconoscibile, difendibile, capace di generare valore.
Questo articolo racconta il premio, ricostruisce quel contributo di Hall e ne trae alcune lezioni per le imprese che innovano e per chi, come Studio Torta dal 1879, lavora per proteggerne le idee.
Il premio: modelli costruiti dal basso
Hall e Woodford hanno cambiato il modo in cui banche centrali e governi decidono quando stimolare o frenare l’economia. Secondo l’Accademia Reale Svedese delle Scienze, invece di basare i modelli sui legami statistici tra variabili come inflazione, produzione e consumi, li hanno costruiti su fondamenta microeconomiche: le scelte di famiglie e imprese.
È una risposta alla critica che Robert Lucas aveva mosso negli anni Settanta. I vecchi modelli si rompevano proprio quando la politica economica cambiava, perché famiglie e imprese adattavano i propri comportamenti alle nuove regole. Partendo da come decidono le persone, i modelli diventano più robusti.
I contributi principali sono due. Hall, in un articolo del 1978, mostrò che le famiglie tendono a distribuire i consumi nel tempo in base alle aspettative sul reddito futuro. Woodford, in un libro del 2003, presentò un modello neokeynesiano completo costruito su queste basi, oggi la struttura di riferimento delle banche centrali. Grazie a loro, ha osservato il comitato, siamo più attrezzati ad affrontare shock come le crisi energetiche o i bruschi cambiamenti nei consumi delle famiglie.
Hall e il capitale che i bilanci non vedono
Il contributo di Hall che riguarda la proprietà intellettuale non è quello citato nella motivazione, ma un lavoro del 2001. Il comitato stesso ha ricordato che Hall ha lasciato il segno su temi molto diversi della macroeconomia.
In «The Stock Market and Capital Accumulation», pubblicato sull’American Economic Review, Hall parte da un ragionamento lineare. Se le imprese investono finché conviene, il valore dei loro titoli misura il valore del capitale che possiedono. Applicato a cinquant’anni di dati sulle società americane, il risultato è netto: le imprese avevano accumulato grandi quantità di capitale intangibile, soprattutto negli anni Novanta.
Un anno prima, in un saggio per la Brookings Institution, Hall aveva dato un nome a questo capitale: «e-capital», l’insieme delle conoscenze tecniche e organizzative di un’impresa. Non i computer, precisava, ma i metodi di lavoro costruiti grazie ai computer.
L’esempio che scelse è rimasto famoso. A novembre 2000 Yahoo! valeva in borsa 37 miliardi di dollari, ma possedeva capitale fisico per appena 158 milioni. Il resto, oltre il 99%, era fatto di idee, competenze, tecnologie e marchio.
Il punto metodologico è importante anche oggi. Il capitale intangibile non compare nei bilanci né nelle statistiche nazionali, ma il mercato lo vede e lo paga. Hall propose di prendere sul serio quel giudizio, invece di liquidarlo come una bolla.
Venticinque anni dopo: il 92%
I dati successivi hanno dato ragione a Hall. Secondo l’Intangible Asset Market Value Study 2025 di Ocean Tomo, nel 1975 gli asset tangibili rappresentavano l’83% del valore di mercato delle società dello S&P 500. Alla fine del 2025 il rapporto si è rovesciato: gli intangibili valgono circa il 92%.
La trasformazione più rapida è avvenuta proprio negli anni studiati da Hall. Tra il 1985 e il 2005 la quota degli intangibili è passata dal 32% al 79%: 47 punti in vent’anni. La rivoluzione industriale aveva richiesto un secolo, quella degli intangibili si è compiuta nell’arco di una vita.
Il metodo di Ocean Tomo è parente stretto di quello di Hall: il valore intangibile è calcolato come differenza tra capitalizzazione di borsa e valore netto degli asset tangibili. Questo impone una cautela, perché nel residuo entrano anche aspettative di crescita e umori degli investitori. In Europa, inoltre, il fenomeno è meno marcato. La direzione però è inequivocabile.
C’è un dettaglio che lega i dati al tema del Nobel. Tra il 2020 e il 2025 la quota degli intangibili nello S&P 500 è rimasta stabile intorno al 90%, nonostante la stretta monetaria più aggressiva della Federal Reserve in quarant’anni. Il valore delle idee ha retto anche quando la politica di stabilizzazione ha alzato il costo del denaro.
Il brevetto protegge la creazione di valore
Nel ragionamento di Hall c’è una condizione che interessa direttamente chi si occupa di proprietà intellettuale. Il valore di borsa misura il capitale di un’impresa solo se tra i suoi asset non c’è una rendita di monopolio permanente. I diritti di proprietà intellettuale sono l’opposto: esclusive reali, ma limitate nel tempo e nello spazio.
Il fondamento economico è noto dai tempi di Kenneth Arrow. La conoscenza è un bene non rivale e difficilmente escludibile: senza protezione, chi investe in ricerca non riesce ad appropriarsi dei frutti del proprio sforzo, e si innova meno del necessario. I diritti di proprietà intellettuale correggono questo fallimento di mercato.
Il brevetto, però, non protegge un’idea astratta: protegge il valore che quell’idea crea. È il titolo che consente a un’impresa di trattenere i ritorni del proprio investimento in ricerca, di concedere licenze, di attrarre capitali, di difendere un mercato conquistato e di valorizzarsi in un’acquisizione. Nel linguaggio di Hall, è ciò che trasforma una parte del capitale intangibile da promessa a patrimonio.
Un brevetto dura al massimo vent’anni e, in cambio, l’invenzione viene pubblicata. Chi innova ottiene il tempo per recuperare l’investimento; la collettività ottiene una conoscenza che, alla scadenza, diventa di tutti. È questo equilibrio che distingue un incentivo a innovare da una rendita di posizione.
Anche Woodford, per analogia, offre una lezione utile. Uno dei messaggi centrali del suo lavoro è che la politica monetaria agisce soprattutto attraverso le aspettative: una regola credibile orienta oggi le decisioni di famiglie e imprese. Lo stesso vale per l’innovazione. Un’impresa investe oggi in ricerca se si aspetta che domani la sua invenzione sarà protetta in modo prevedibile ed efficace.
Scrivere un brevetto non si improvvisa
Un’aspettativa di protezione, però, è credibile solo se il brevetto è solido. E un brevetto vale esattamente quanto il testo con cui è scritto. Le rivendicazioni tracciano i confini della protezione: se sono troppo ampie, il brevetto rischia di cadere per mancanza di novità; se sono troppo strette, un concorrente aggira l’invenzione con una variante minima e il valore svanisce.
Scrivere un brevetto è sostanza. Richiede di comprendere a fondo la tecnologia, spesso meglio di come la descrive l’inventore; di conoscere lo stato dell’arte; di padroneggiare le norme e la prassi degli uffici brevetti; e di leggere la strategia del cliente, per anticipare dove si muoveranno i concorrenti negli anni a venire.
Molti errori, inoltre, non si possono correggere. Dopo il deposito non si può aggiungere materia nuova alla domanda: ciò che non è stato scritto bene all’inizio resta fuori dalla protezione per sempre. Il costo di un testo debole emerge quando il brevetto viene messo alla prova: in un’opposizione, in un contenzioso, nella due diligence di un’acquisizione, nella negoziazione di una licenza.
Gli strumenti digitali e l’intelligenza artificiale aiutano nella ricerca e nella stesura, ma non sostituiscono il giudizio. Comprensione, competenza ed esperienza si costruiscono in anni di lavoro su tecnologie diverse e su casi reali, davanti agli esaminatori e nelle aule giudiziarie.
Per questo solo organizzazioni che svolgono questo lavoro con professionalità, metodo e competenza possono offrire una protezione reale: squadre multidisciplinari di ingegneri, chimici, fisici, biotecnologi e giuristi, consulenti abilitati, processi di qualità e una memoria professionale accumulata nel tempo. La protezione della proprietà intellettuale non è un adempimento formale: è il punto in cui il valore di un’innovazione viene messo al sicuro, oppure perso.
Due Nobel consecutivi, una sola storia
Il premio 2026 si legge meglio accanto a quello del 2025, assegnato a Joel Mokyr, Philippe Aghion e Peter Howitt «per aver spiegato la crescita economica guidata dall’innovazione».
Aghion e Howitt hanno costruito un modello matematico della distruzione creatrice intuita da Schumpeter: nuovi prodotti e processi sostituiscono i vecchi in un ciclo continuo. Le imprese investono in ricerca perché chi innova può godere, per un periodo, dei frutti della propria idea, finché un innovatore successivo non lo supera. È esattamente lo spazio che il brevetto rende possibile. Aghion insiste però anche sull’equilibrio: troppa poca protezione scoraggia l’innovazione, troppa frena la concorrenza.
Mokyr, da storico, ha mostrato che la crescita sostenuta richiede conoscenza che circola, si accumula e viene messa alla prova. Anche qui il brevetto ha un ruolo preciso: l’esclusiva temporanea è concessa in cambio della pubblicazione dell’invenzione, che diventa la base del passo successivo.
Messi insieme, i due premi raccontano una sola storia. Aghion e Howitt spiegano perché le imprese investono per creare idee; Hall mostra dove finisce il valore di quelle idee. Il comitato del 2025 ne ha tratto un monito che vale anche oggi: dobbiamo preservare i meccanismi alla base della distruzione creatrice, per non ricadere nella stagnazione. Il sistema dei brevetti è uno di quei meccanismi.
Che cosa significa per le imprese
Se il valore delle imprese è fatto soprattutto di idee, la domanda per un consiglio di amministrazione diventa: quanta parte di quel valore è davvero protetta? Dal lavoro di Hall e dai dati di oggi discendono quattro indicazioni pratiche.
- Trasformare il capitale intangibile in diritti. Il residuo che il mercato riconosce comprende conoscenze, tecnologie e reputazione. Solo la parte tutelata da brevetti, marchi, disegni o segreti ben custoditi resiste a imitazioni e contestazioni.
- Misurarlo, anche se il bilancio non lo vede. Le spese di ricerca sono in gran parte costi dell’esercizio, e il valore che generano non compare tra gli attivi. Un inventario aggiornato del portafoglio di proprietà intellettuale, con una stima del suo valore, è uno strumento di governo, non un adempimento.
- Costruire un portafoglio, non singoli depositi. Come insegna Woodford per la politica monetaria, contano la coerenza e la prevedibilità nel tempo. Una strategia di protezione allineata al piano industriale vale più di depositi episodici.
- Usarlo come leva finanziaria. Diritti solidi e ben valutati possono essere concessi in licenza, ceduti o usati per accedere al credito: la proprietà intellettuale sta diventando un asset bancabile.
Per uno studio come il nostro, questa lettura conferma una ragione d’essere nata nel 1879, quando i fratelli Torta furono tra i primi in Italia a capire che le idee avevano bisogno di essere difese. Il nostro lavoro è trasformare idee immateriali in diritti solidi, difendibili e capaci di generare valore.
Il Nobel 2026 premia chi ci ha insegnato a stabilizzare l’economia. Ma in uno dei suoi lavori meno citati, Robert Hall ci ha ricordato dove si è spostato il valore delle imprese. Proteggerlo con competenza è la nostra parte del lavoro.
Riferimenti
- Royal Swedish Academy of Sciences, comunicato stampa del Premio 2026 e scientific background
- E. Hall (2001), «The Stock Market and Capital Accumulation», American Economic Review, 91(5)
- E. Hall (2000), «E-Capital: The Link between the Stock Market and the Labor Market in the 1990s», Brookings Papers on Economic Activity
- Ocean Tomo, Intangible Asset Market Value Study 2025
- Premio Nobel 2025 a Mokyr, Aghion e Howitt: NBER
- J. Arrow (1962), «Economic Welfare and the Allocation of Resources for Invention»




